NOLinearity
  Andrea Ciccarelli
 
INTERVISTA A DAVE MCKEAN

Qualche tempo fa Alan Moore (autore, tra l'altro, di Watchmen ndr) ha posto l'accento sullla grave situazione in cui il fumetto europeo sembra trovarsi; l'assenza di strutture editoriali atte alla sperimentazione di tecniche narrative originali unita alla mancanza di comunicazione tra gli autori riguardo le loro esperienze personali, uniformerà velocemente il mercato nei canoni dell'easy-reading dei comics americani. Secondo Moore senza la ricerca di un nuovo linguaggio il fumetto, come espressione artistica ha i giorni contati. Dal suo punto di vista questo pericolo esiste realmente?

Sì, penso che sia vero e in Inghilterra ci troviamo proprio in questa situazione: non esistono veri editori d'avanguardia, solo piccole case editrici underground. Tutti gli editori che hanno provato a pubblicare fumetti più adulti, hanno tutti cessato l'attività e questo per diverse ragioni, una delle quali è stata certamente la mancanza di vendite. Sfortunatamente si è trattato di cattivo tempismo perché le case editrici, in generale, hanno avuto grossi problemi negli scorsi 2 o 3 anni e il fumetto, quindi, ci si è trovato in mezzo, vivendo quindi una situazione certo non più difficile di quella altre pubblicazioni editoriali. A questo si aggiunga che alcuni editori hanno calcato la mano, pubblicando volumi curatissimi ma anche molto costosi, mettendosi così in una situazione in cui non avrebbero riavuto indietro il denaro investito. In realtà non esiste ancora un'idea moderna di industria fumettistica e, a meno di non crearla seriamente, ci si trova a non avere alcuna possibilità editoriale.

Premesso questo, bisogna però anche dire che esiste un numero di persone esterne al mondo del fumetto solitamente riconosciuto ma che, nello stesso tempo, realizzano fumetti e hanno un pubblico che potresti chiamare "mainstream" solo nella misura in cui consideri che le opere di tali autori appaiono su riviste, quotidiani e nelle librerie. Sto parlando di gente come Raymond Briggs (autore di "Quando soffia il vento), di Posey Simmons e di pochi altri. C'è un illustratore che si chiama Andrea Klimosky, autore di un libro intitolato "The depository" e pubblicato da Fabes: è un romanzo senza parole basato su un fumetto.

Insomma, tutto ciò viene ancora pubblicato ma ci vuole veramente immaginazione per trovargli una collocazione editoriale, per trovare il tono di voce con cui comunicare alla gente aldilà delle idee preconcette sul fumetto, senza parlare cose pratiche tipo il formato per far sì che i volumi possano realmente raggiungere gli scaffali dei negozi di libri.

Un altro autore di fumetti, Lorenzo Mattotti, parlando della sua opera "L'uomo alla finestra" e delle difficolta a cui è andato incontro nel cercare di proporla, indicava anche una mancanza di pubblico per questo genere di libri.

Non lo so, anche perché non ho ancora visto un tentativo serio di raggiungere il pubblico. So che deve esistere un pubblico di qualche tipo per opere come "Maus" o "Quando soffia il vento" visto l'impatto che hanno avuto quando sono stati pubblicati. D'accordo, sono opere eccezionali ma in ogni hanno bisogno di essere venduti: non si possono scrivere libri, pubblicarli e poi lasciarli lì sul marciapiede sperando che la gente venga a conoscenza della loro esistenza. Bisogna costruire un ponte tra il lavoro che si intende realizzare e la gente là fuori, parlare loro in termini che possano comprendere e, quindi, vendergli il prodotto: ecco, non ho visto nessuno fare questo.

L'ultima volta che qualcuno, in Inghilterra, ha tentato di farlo è stato per Watchmen e Love&Rockets, verso il 1985-1986, oppure quando è uscito il mio primo libro (Violent Cases ndr). Allora c'era una persona che, da un ufficio di Londra, svolgeva solo questo compito, costruire ponti per portare la gente delle riviste, dei quotidiani, della TV e della radio a visionare queste opere e, quindi, a parlare di esse alla massa di gente che andava nei negozi di libri per cercare ed acquistare tali opere. E allora è stato un successo.

Ma poi c'è stato un problema con tutto questo: i fumetti venivano venduti affiancandoli alla nuova pop music il che, di riflesso, è stato un errore. La pop music vive sul successo del mese, cosa che rende tutto differente il mese successivo. Il secondo problema era che nessuno si preoccupava della collocazione di questi volumi negli espositori, cosicché la gente ha cominciato a trovare piccole sezioni dedicati alle graphic novel, il che significava che potevi trovare Judge Dread accanto a Maus: assurdo! Pazzesco!

Ulteriore problema è stato che ad un'iniziale emissione di titoli non è seguito molto altro se non qualcosa ogni tanto; c'era bisogno di un flusso costante di opere ma questo non si è verificato e, così, non c'è stato impatto e il momento si è perso.

Pensa che ci sarà, in un prossimo futuro, magari tra 2 o 3 anni (come sostiene Moore), un'altra occasione?

Non ne ho idea ma ne dubito. Non ci sarà un'altra occasione di proporre fumetti per un pubblico adulto perché questo è stato già fatto e tutti lo sanno già. Non si otterrà mai quell'impatto una seconda volta. L'unica cosa che possiamo sperare è che ci sia abbastanza gente a tutti i livelli del mondo editoriale (fanzine, editori underground, piccole case editrici, editori di fumetto indipendente e di fumetto mainstream, riviste) che, a livello mondiale, generi abbastanza opere così da creare, lentamente, un accumulo di materiale e generare nuovamente un impatto sul pubblico. Allora potrà esserci nuovamente una presenza editoriale.

Così, quello che lei dice è che una buona diffusione delle proprie opere e delle proprie idee è meglio garantita da una struttura industriale. E' quindi questo il motivo per cui lei lavora con la Vertigo?

E' ovvio che faccia piacere raggiungere un'audience che sia la più vasta possibile, ma è anche ovvio che questa non è l'unica ragione per cui uno lavora. Io sarei felice anche di realizzare un comic book stampato a mano in 50 copie e recensito sulle riviste di arte: esiste una rete di negozi con spazi per opere d'arte di questo tipo, però l'audience è completamente differente.

Io penso che tutti i settori debbano essere coperti. Ad esempio, la più forte resistenza nel produrre fumetto viene dall'editoria per bambini. I libri per bambini consistono in una serie di pagine con una singola illustrazione accompagnata da un paio di linee di testo; ora, un paio di illustratori, miei amici dai tempi del college, hanno tentato di produrre un libro per bambini e così anche Wayne Swift in America, ma non appena si fa accenno che su ogni pagina ci sono 3 immagini (che quindi hanno la forma della striscia a fumetti), allora gli editori sono molto riluttanti e finiscono per non volerne sapere. E' davvero strano. Io non lo capisco: pensi che, di tutti i settori del mondo dell'editoria, quello dell'editoria per bambini sia quello più aperto al fumetto, e invece...

Ritornando alla Vertigo, non so se lei ha letto quello che dice Grant Morrison sul n° X di "The Invisibles". In pratica Morrison sostiene che, nel momento in cui esiste l'industria, l'idea di un fumetto d'autore non può esistere e che, quindi, la Vertigo non sarebbe molto dissimile da altre strutture editoriali che, solitamente, vengono legate all'idea di fumetto come puro prodotto di mercato staccato dall'idea di autorialità. Anche lei è di questo parere?

Onestamente non posso dirmi d'accordo con questa idea. Io penso che, sì, se ci si basa sull'evidenza di ciò che fino ad ora è stato per la maggior parte pubblicato, allora non si può che giungere a quella conclusione che indica Grant Morrison. Io non ho visto molte cose sperimentali pubblicate dalla Vertigo o davvero distanti da alcuni stili e soggetti solitamente toccati nelle storie. Certamente, dal punto di vista visivo, alla Vertigo sono molto conservatori e non fanno davvero nulla per far progredire il fumetto rispetto al punto in cui da 40 anni si trova. Però io vedo tutto questo causato dalle persone che creano i fumetti e non dal fatto che la Vertigo sia parte di una grossa compagnia. Ora, io non voglio dire che, se qualcuno si presentasse lì con una storia fotografica in b/n completamente astratta, questa verrebbe automaticamente pubblicata. Io penso che alla Vertigo, ovviamente, lavorino responsabili editoriali e che questi abbiano dei gusti personali, ma io penso anche che alla Vertigo non abbiano preconcetti nel pubblicare storie sperimentali, che non ne abbiano nè più nè meno di quelli che hanno verso ogni altro tipo di storia. Credo che il punto stia, invece, in scrittori e disegnatori che devono proporre un progetto che funzioni sia a livello di scrittura che a livello d'immagine. E questo si può fare: si può ottenere qualcosa che comunichi ad un livello simile a quello di Maus. Voglio dire, Maus comunica a tutti: io non conosco nessuno che l'abbia letto senza che l'opera gli comunicasse qualcosa. E perchè? Perchè Maus è un bel libro xxxxx basato su una storia e, se lo sfogli, forse dopo 3 o 4 pagine hai una reazione e ti rendi conto che i disegni non sono quelli che ti aspetti da quel genere di storia. Semplicemente leggendo quelle 3 o 4 pagine ti trovi dentro la storia. Insomma, c'è bisogno di progetti come questo: io non ho dubbi che progetti del genere raggiungerebbero gli editori e sono sicuro che se, ora, tali progetti non si vedono pubblicati, è perchè gli autori non li portano avanti.

Però mi pare strano che così tante testate Vertigo, come ad esempio The Invisibles, pur essendo ottimamente scritte, siano disegnate con così poca cura (tanto per fare un altro esempio, fino all'ultimo numero molti hanno atteso un numero di Sandman realizzato da lei).

Beh, Sandman si è trovato ad avere lo stesso problema. Era letteralmente molto povero e Neil tentava di spingere sul lato della scrittura anche se, per Sandman, lui scriveva storie con uno stile molto tradizionale. Voglio dire il respiro, la complessità e la densità testuale erano qualcosa di insolito per un fumetto, ma lo stile della storia era nuovamente molto conservatore, cosiccome lo era quello dei dialoghi e della prosa.

Secondo me, parlando di cose insolite per un fumetto, è importante che su Mr. Punch appaia la dicitura "design by Dave McKean". In effetti il suo lavoro su quel libro va oltre quello del mero illustratore, figura a cui è spesso riconducibile il lavoro di chi realizza la parte grafica di un fumetto.

La parola "design", in giro, è abusata, usata in maniera molto superficiale, ma, per quello che mi riguarda, io mi sento davvero più vicino alla figura del designer che non a quella dell'illustratore. E questo perchè un illustratore è tanto più definito nella misura in cui tende ad avere uno stile. Per esempio, Mattotti: lui ha uno stile e, con quello stile, lui può realizzare moltissime cose; ma se tu chiedessi a Mattotti di realizzare qualcosa come i lavori di Sue Comb... Voglio dire, Sue Comb realizza dei commentari sociali occupandosi del vizio, opere in cui gli viene richiesto di illustrare storie di donne stuprate, di gente uccisa in circostanze XXXXX: e lei lo fa in maniera molto dura, graffiante. Lorenzo non è un artista graffiante; lui ha sempre quella sorta di calore, di rotondità, comunica sempre quel senso di umano: potresti dire che Lorenzo è un uomo che ama la vita. Io, però, penso che per realizzare fumetti sia necessario passare attraverso tutte le emozioni, attraverso tutta la gamma dei sentimenti, e devi essere più un designer che un illustratore e scegliere lo stile appropriato: è questo che un designer fa. Se ti chiedono di realizzare una brochure per una compagnia petrolifera, oppure la copertina di un CD, tu non semplicemente continuare a proprre la stessa soluzione a tutto. Ogni cosa ha la sua atmosfera e, così, tu devi utilizzare per metà quello che ti viene naturale e, per l'altra metà, quello che è appropriato per il soggetto trattato, anche se questo qualcosa non ti è innato. Devi tener conto di tutte queste emozioni e, attraverso questo, approdare ad una storia; così io non produco automaticamente piccoli acquerelli o scene delicate, ma la scena che la storia richiede: e questo appartiene più alla sfera del designer che non a quella dell'illustratore. E' per questo che dico che ho voluto che su Mr. Punch apparissi come autore del design del libro, dal momento che del libro fanno parte la scelta dei caratteri dei testi e altri valori. Creare questi caratteri e scegliere il tipo di impaginazione è importante come illustrare.

Anche i caratteri usati nel frontespizio sono una sua creazione?

No, quel carattere è un "Mason" ed è stato creato da un tipo che si chiama Johnathan Barnbrock. Il punto, però, è che, se vuoi creare una grande storia, è frustrante, in mezzo ad una massa di pubblicazioni a fumetti, quando vedi una buona storia che cade all'ultimo ostacolo. Vedi queste storie che hanno un lettering sciatto e una scelta dei caratteri che è stupida e che non ha niente a che fare con la storia; certo, la scelta dei caratteri non è più importante della storia, ma se investi così tanto tempo per creare una storia, a far sì che ogni vignetta e ogni linea di testo funzioni, allora perché non dedicare altri 30 minuti alla scelta del carattere giusto per la copertina? Non ci vuole mica tanto!

Nel rapporto tra computer e colore, rispetto ai sistemi tradizionali di creazione dell'immagine (ad esempio la pittura o la fotografia), si viene ad instaurare una reazione particolarissima in cui l'oggetto prodotto, invece di riflettere la luce, ne è la fonte di emissione. Non crede che tutto ciò porti ad un nuovo modo di intendere la luce (penso solo a quanta parte ha avuto lo studio della luce nel lavoro di Lorenzo Mattotti)?

Se ho capito bene la tua domanda, io penso che ognuna di queste cose abbia le sue qualità. Se fai un dipinto, questo è molto tattile; se fai dei segni sulla carta e li graffi, questo è molto fisico. Io ho trovato il lavorare con il computer molto simile al suonare, o anche al giocare con la luce, sovrapponendo delle piccole parti d'immagine, cancellandone delle aeree, oppure portandone in evidenza altre; si ottengono degli effetti molto delicati. Selezioni delle zone dell'immagine, dei particolari, e, in un attimo, puoi abbassarne di tono di luce: tutto questo chiarire e scurire, io lo trovo molto drammatico. Il motivo per cui mi dà così tanto piacere lavorare così è perché, ogni volta, mi sorprende, cosa che invece non accade con la pittura; la pittura è un procedimento che si esegue passo dopo passo, mettendo sul supporto un segno dopo l'altro. Certo, mi piace dipingere ma è una cosa differente ed il risultato finale ti sorprende perchè hai vissuto insieme ad ogni singolo segno. Quando invece faccio qualcosa con il computer, oppure quando mi trovo a lavorare con i singoli elementi, tipo con lo sfondo separato dalla figura...Per esempio, ieri stavo lavorando ad un'immagine di una nuvola da cui veniva una tempesta di fulmini che raggiungeva una testa dal collo allungato. Per una cosa del genere c'è un numero di elementi differenti che vengono coinvolti, e tu ci lavori, ci lavori e poi, negli ultimi 5 minuti, li combini e, improvvisamente, tutto va a posto; è la cosa più vicina alla sensazione di guardare il lavoro fatto da un altro. Hai quell'espressione da "Gesù, è incredibile". Qualche volta funziona e qualche volta no, ma non c'è niente come quella sensazione istantanea e, lavorando con il computer, guardando un mio lavoro, ho avuto la sensazione più vicina a quella che si avrebbe guardando il lavoro di un altro. Ed è una bella sensazione.

In che parte la realizzazione di Mr. Punch la si deve all'intervento tramite computer e quanta parte, invece, è lavoro di pittura?

La maggior parte è lavoro di pittura. Ho cominciato a lavorare al computer solo un paio di mesi prima di realizzare Mr. Punch. La maggior parte di tutto il lavoro utilizza una linea nera sovrapposta al resto, così che il nero si stagli sulla pagina. Diciamo che la copertina, il lavoro generale di design, il design delle prime pagine, oltre ad altre 7 o 8 tavole, quello è stato fatto con il computer e poi stampato e incollato con il resto delle immagini. Invece, ad esesmpio, "Voodoo Lounge", o anche il libro su "Buckethead", quelli erano lavori interamente realizzati al computer. Comunque, in generale, diciamo che niente di quello che si vede viene direttamente da un disegno realizzato al computer; sono tutti dipinti, fotografie e oggetti che scansiono e poi modifico. Non mi piace il disegno al computer, è freddo.

Lei lavora con un Macintosh, non è vero?

Sì. Ho dato un'occhiata ad un altro paio di sistemi, ma non c'è paragone.

E oltre a Photoshop, quale altro software utilizza?

Ho una copia di "Light picture" e così sto cominciando ad addentrarmi in un differente tipo di immagine.

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